Parrocchia di Lamone-Cadempino |
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Lettera del Parroco |
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LetteraSiamo tutti quasi convinti che la vita non permetta soste. Nel commercio (equo), nell’economia, nel mondo del lavoro, nello sport, nella scuola, anche nella famiglia e in mille altre attività umane, chi si ferma è perduto, perde il treno e magari anche soldi, opportunità e via discorrendo. Questa è la mentalità più o meno comune e ricorrente. Per cui non ci si può fermare, occorre guardare in avanti progettando e mettendo in cantiere il futuro, vicino o lontano che sia. Dobbiamo essere sempre pronti affinché tutto funzioni e tutti si trovino a proprio agio, ognuno nei propri ambiti, compiti e responsabilità. Non può uscire da questi schemi nemmeno la parrocchia con le realtà ad essa collegate (catechesi, incontri genitori, gruppi, scout, preparazione ai sacramenti, incontri di ogni genere, pellegrinaggi o gite). E quando ci si deve fermare per forza? Magari all’improvviso? Stress, panico, ansia, forse anche angoscia sono lì pronti a farsi avanti e tu devi far fronte anche a queste realtà. E magari sei impreparato!
È quanto è accaduto anche a me a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno. Un problema di salute, con forti dolori alla schiena, che pareva risolversi come tante altre volte in pochi giorni, improvvisamente si fa più acuto e devi fermarti. Praticamente, dopo gli approfondimenti del caso e dopo l’ultima visita medica al ricovero in clinica sono passate si e no tre ore. In questo tempo devi organizzare tutto, innumerevoli telefonate, disdire impegni a destra e a sinistra, dare spiegazioni che non possono essere esaustive; per noi preti c’è poi il problema delle messe, trovare i sostituti. In questi momenti ti rendi conto della tua vulnerabilità e della tua fragilità. Ti rendi conto che qualcosa nell’ingranaggio che pensavi e volevi perfetto si è inceppato. Ti rendi conto che tu non sei più il fulcro attorno al quale tutto deve girare alla perfezione perché improvvisamente si inceppa. Fin’ora avevi pensato che senza la tua presenza quasi tutto si sarebbe fermato. E invece no, tutto procede anche senza di te. Devi solo fartene una ragione. Poi, quando ti trovi tuo malgrado nella nuova momentanea dimora (leggi camera in clinica) e hai per te tutto il tempo che sembra non passare mai, ecco che tutto si relativizza. È un po’ la sensazione che si prova quando nevica, i rumori sono attutiti, l’atmosfera è più calma, una realtà fuori dall’ordinario anche se per poco tempo. In questi momenti, se la materia grigia è ancora lucida, hai tanto tempo per pensare, forse anche per pregare in maniera diversa e meno frettolosa. Anche se riesci a organizzare qualcosa tramite PC o telefono, ti rendi conto che quasi tutto funziona come avevi desiderato e programmato. I catechisti seguono i programmi prestabiliti, i sacerdoti (nel mio caso) si alternano per sostituirti, l’amministrazione con i diversi progetti aperti funziona. Tutto fila via liscio. Manchi solo tu. Ed è da qui che voglio partire per una breve riflessione. Se sei riuscito a mettere in atto una “rete” di collaboratori per le tue attività, allora queste marciano anche se tu sei lontano per qualche tempo. Magari una telefonata di incoraggiamento, per una conferma, o un bigliettino per un grazie non fanno male. Se invece non hai predisposto quanto sopra e ti ritieni indispensabile e onnipresente, allora è forse meglio rivedere un po’ il tuo concetto organizzativo della parrocchia o di altre attività. Perché se manca il punto di riferimento, in questi casi quasi tutto si ferma per un po’, prima che qualcuno si organizzi al posto tuo, perché la tua organizzazione era solo nella tua testa, e non è un bene. Allora, se, come ho detto all’inizio, la vita non permette soste, occorre pensarci per tempo. Prenditi cura della tue attività e organizzati al meglio. Prenditi cura anche di te, perché è importante. Dopo il mio ricovero in clinica mi sono detto: “ora devi pensare a te, alla tua salute prima di tutto il resto”. Non è egoismo, ma responsabilità propria e verso gli altri. Ricordarci che non siamo indistruttibili né tantomeno eterni (almeno qui sulla terra e finché abbiamo le forze). Per cui alternare al lavoro momenti di riposo, di creatività, di vacanza, di interessi al di fuori dell’ordinario non significa sprecare tempo. Ma rinnovarsi, rendere mente e corpo più agili e dinamici. Senza ovviamente tralasciare la cura del corpo e della propria salute, il bene più prezioso che abbiamo. Non per diventare vanitosi ma per essere in grado di rispondere al meglio alla nostra chiamata al servizio della comunità e del nostro prossimo. Facciamoci un pensierino.
Sono passati poco più di due mesi e il problema alla schiena si è ripresentato. La conseguenza è che mi ritrovo, nella fase più acuta, relegato in casa a far la spola tra il letto e il divano, sdraiato sulla schiena con le gambe rialzate a squadra e appoggiate su dei cuscini, perché questa è la posizione più rilassante per la muscolatura e benefica per la colonna vertebrale, allevia i dolori anche se non posso fare a meno di anti infiammatori e anti dolorifici. Al momento attuale si rende necessaria una visita specialistica alla clinica Schultess di Zurigo per avere una diagnosi più precisa e per trovare una soluzione duratura per la mia salute. Purtroppo questo problema limita non poco la mia normale attività, perché sono cosciente di non riuscire ad essere disponibile al 100% come vorrei, e come la parrocchia richiederebbe. Ma confido nella comprensione di tutti e sono fiducioso che in pochi mesi tutto debba risolversi al meglio. Don Osvaldo |
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